Immagine illustrativa di un ambiente tipico per l'agricoltura verticale: non è la fotografia di un impianto realizzato per un cliente.
Focus tecnico di questa pagina
Geometria multilivello, altezza del piano, uniformità ed energia per chilogrammo
Come funziona questa applicazione
Che cosa guida le scelte di illuminazione in l'agricoltura verticale
In un impianto verticale il sistema di illuminazione non è più una singola installazione: è ripetuto decine di volte, una per livello, e ogni decisione di progetto si moltiplica. Un apparecchio profondo 8 mm in più può costare un piano di scaffalatura. Un layout meno uniforme del 10% produce un raccolto che varia da livello a livello, il che complica la selezione e il confezionamento più di quanto farebbe una resa media inferiore.
Il vincolo più stretto è lo spazio verticale. Le scaffalature tipiche per insalate operano con 300–450 mm tra la superficie della vaschetta e la faccia inferiore dell’apparecchio, il che limita il volume del dissipatore, la posizione del driver e il margine del fascio. Le barre lineari sottili con driver remoto o a ingresso superiore esistono proprio perché è la geometria, non la potenza, a decidere che cosa entra.
Il secondo vincolo è il calore. Quasi tutta la potenza assorbita viene ceduta all’interno dell’involucro di coltivazione, e in una sala sigillata a più livelli quel calore va rimosso dall’impianto di climatizzazione prima che raggiunga la coltura. Il costo energetico per chilogrammo è quindi funzione di efficacia degli apparecchi, geometria del piano, movimento dell’aria e refrigerazione: tutte e quattro insieme. Un confronto pubblicato tra fabbriche di piante e serre illustra la scala: produrre un chilogrammo di peso secco di lattuga ha richiesto circa 247 kWh di elettricità in una fabbrica di piante, contro 70–211 kWh in serra a seconda del sito e del ricorso o meno all’illuminazione supplementare (Graamans et al. 2018).